Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG
Fabbricante di fotomontaggi verbali, dada-ingegneria, protopostfuturismi, distributore di opinioni a raffronto, applicazioni tecniche, ecc... (Amm.re Unico: Franz Krauspenhaar)
Come ho già scritto, ho deciso di mettere mano al mio sito personale http://www.markelo.net e di chiudere per il momento la pubblicazione di nuovi articoli su questo blog.
Lì ho trasferito l'archivio del blog per consultazione e in ogni caso www.markelo.net è il luogo da dove comunicherò notizie e novità sulla mia attività.
Ciao, a presto
Franz
Il 25 agosto di un anno fa ho aperto questo blog da un momento all’altro come ho già spiegato in altre occasioni. Volevo provare l’effetto che fa, partendo da un “programma” per nulla definito. Il programma del 25 agosto 2004 che avete (ri)letto pochi giorni fa, infatti, non era un vero programma: era solo un ironico abbozzo vergato di getto. E’ passato un anno e posso dire che spesso mi sono divertito; ho pubblicato pezzi molto diversi tra loro: di scrittori e poeti già conosciuti, di aspiranti scrittori, di esordienti ed esordibili. Più le facezie. Credo di aver dato spazio non solo a me stesso, ma anche – o forse soprattutto- agli altri. Sono stati pubblicati pezzi di tutti i generi, nel segno della trasversalità. Ho cercato insomma come ho potuto di far frullare il frullatore internettico di M.U. e di far fruttare - con l’aiuto dei lettori/commentatori- gli argomenti e (spero) gli stimoli alle discussioni, cercando tra l’altro di dare spazio anche a chi non la pensava come me. Nessuna linea editoriale vera o velata, dunque uno zibaldone frullato e versato, spesso sparso. I pezzi venivano postati a seconda dell’ispirazione del momento. Non un diario, bensì una webzine fin dall’inizio; un inizio per breve tempo “in solitaria”, fino alla creazione del fittizio “fabbricone”.
Di qui sono passati pezzi scritti da persone che politicamente (e non solo) la pensavano in modi a volte opposti tra loro. Ho sperimentato questa possibilità, e credo di poter dire che l’esperimento, in fondo, è abbastanza riuscito.
Ora, però, così come l’ho aperto, questo blog – anche se a malincuore- lo chiudo. Più di una volta avevo paventato nella colonna del commenti questa possibilità. Impegni nuovi (alcuni arrivati d’improvviso dopo la pausa estiva) e anche una certa stanchezza mi hanno indotto a prendere questa decisione.
Un grazie di cuore e un caro saluto a tutti coloro che hanno scritto i pezzi, letto e commentato, tra sorrisi, qualche polemica e confronti quasi sempre civili.
“Per quel che riguarda la scuola, io ero il più ricco di talento e nello stesso tempo il più incapace di tutti. I miei talenti, contrariamente a quello che uno potrebbe credere, non giovavano affatto ai miei progressi scolastici, anzi li impedivano, erano per ogni cosa il massimo degli impedimenti. In realtà io ero molto più avanti di tutti gli altri e le nozioni didattiche che mi ero portato da Seekirchen erano ben più estese di quelle in cui si trovavano impastoiati i miei compagni di scuola, la mia disgrazia era che non mi sentivo assolutamente in grado di rinunciare all'avversione letteralmente morbosa nei confronti della scuola che per anni e anni mio nonno mi aveva inculcato, e che la massima di mio nonno secondo cui le scuole sono soltanto fabbriche di imbecillità e di depravazione riluceva ancora su tutto quello che io pensavo riguardo alla scuola, ed era per me l'unica massima determinante.”
(Thomas Bernhard - Un bambino)

(Prendo dal blog di Lorenzo Galbiati - Pistorius- e pubblico. Buona lettura.M.U.)
(A Korogocho, la baraccopoli di Nairobi, vivono due milioni di persone sull'1,5% della terra della città, nella quale vivono altri 2 milioni di persone sul restante 98,5% di terra. I poveri e i ricchi. A Korogocho sono tutti neri, tranne pochi coraggiosi missionari cattolici o protestanti di passaggio. Alex Zanotelli ha vissuto 14 anni a Korogocho, dal 1988 al 2002. Ecco un assaggio della sua esperienza. Lorenz)
Dio non sceglie i poveri perché sono migliori dei ricchi; i poveri, sotto molti aspetti, sono peggiori [...]. I poveri sono peccatori quanto i ricchi, ma Dio vuol loro bene perché sono poveri, perché sono schiacciati, sono emarginati. Lui li ascolta, Lui sta dalla loro parte perché sono così, non perché sono buoni [...]. Basta vivere a Korogocho per capire perché i poveri non sono santi. A Korogocho i poveri discriminano altri poveri. Troviamo gli stessi fenomeni di emarginazione che sono visibili anche nelle società dei ricchi. L'emarginazione deve proprio far parte del cuore umano. In baraccopoli molti pensano che la gente della discarica sia la peggiore che esista. Un giorno per strada - ero a Korogocho da pochi mesi - mi fermò Jeremia: "Bianco, congratulazioni, sei il primo bianco a metter piede qui dentro e a viverci". Poi ha aggiunto: "ma chi siamo noi? Siamo forse bestie selvagge che non ti degni di venire a trovarci?" Si riferiva alla gente della discarica. "Jeremia," gli ho risposto, "hai ragione, io non sono mai venuto in discarica, ho preferito la gente che sta un po' meglio di voi. Domani verrò." Quando a Korogocho hanno saputo che volevo andare in discarica, mi hanno detto: "no, Alex, non andare, tu non sai che cos'è la discarica, ti ammazzano!" Ormai l'avevo promesso e sono andato. Mamma, la paura!... la paura che sentiamo tutti, è inutile che stiamo qui a prenderci in giro! E' come scendere nei gironi danteschi: cataste di rifiuti fumanti, con una puzza infernale; gente che scava da tutte le parti e questi uccelli enormi - bangu, li chiamano - che lottano con uomini e donne per trovare cibo. Gli occhi di tutti si puntarono su questo muzungu - bianco. "Non ti aspettavo" mi disse Jeremia quando mi vide. "Hai mantenuto la promessa, bravo! Siediti qui." Mi ha fatto sedere sull'immondizia, spiegandomi cos'è la discarica. Poi mi ha portato in giro a farmi conoscere un po' di gente. Iniziai così a prendere contatto con un mondo altro anche da Korogocho [...] Ricordo che il secondo Natale che passai in baraccopoli promisi alla gente della discarica di andare a salutarli nelle loro baracche. Quando entrai nella sua baracca, Jeremia mi abbracciò con entusiasmo: "karibu, Alex, karibu!" Mi fece sedere su un sasso e scomparve. Mi guardai attorno: una baracca sventrata da tutte le parti. Dopo cinque minuti me lo ritrovai davanti con un filone di pane che era andato a comprare nel negozietto poco distante. "Alex, karibu!" Poi prese il pane, lo spezzò sotto i miei occhi attoniti e disse: "prendi, mangia: 'Questo è il mio corpo dato per voi...'" Come prete sarei sprofondato....
(Da: KOROGOCHO - Alla scuola dei poveri, di Alex Zanotelli, Ed. Feltrinelli, 2005)
di Mario Bianco
A casa mia la penna per scrivere tutti la dicevano in dialetto "piûma". Ma non tratterò io di penne di gallina né d’oca né di qualsivoglia volatile di cui parla pure il Petrarca quando dice del coltellino e della penna ben temprata; questo perché da adolescente cercai di costruirmi penne avicole ma con risultati indecenti. Passerò subito alla penna stilografica Waterman di mio padre con clip o clips d’oro che sempre gli invidiavo; gliela sottraevo di nascosto scopo sperimento e concorrenza, quindi riuscivo a macchiarmi in maniera turpe mani, faccia, braccia, grembiule (quello da scolaretto) gambe col risultato di ricevere scapaccioni da ambedue i genitori. Per cui mai amai le penne stilografiche con le loro pompette o molli vesciche interiori che si bucavano, perdevano, si appiccicavano vermicolarmente: oggetti terribili, molte di esse erano belle di fuori e marce di dentro, tipo certi umani. Per tutti gli anni che le usai ci combattei, le smontai, le riparai, le modificai ottenendo sempre e comunque di ottenere arti e vestiti macchiati di blu stilografico, marca Waterman o Pelikan che scrive blu ma diventa nero. Per questa mia perenne sozzura da indomabile contendente con le penne fui evitato da molte fanciulle piacenti ed anche per questo le odio ( le penne stilografiche). Poi arrivarono quelle con la cartuccia sostituibile, tipo Parker o Aurora e altre americane, inglesi, francesi, tedesche, mentre molti passavano alle biro che furono poi accettate (contro voglia) dalle autorità scolastiche. Non mi sono mai convertito alle penne a sfera del signor Biro, le uso in extrema ratio, per fare due conti della spesa; per qualsiasi altro serio lavoro mi servo della matita o pennefeltro, che cominciai a conoscere circa 40 anni fa e da allora non le ho più abbandonate. Ma questa è tutta una accessoria premessa perché per me la penna vera ed unica è quella con cannuccia e pennino in acciaio, la sola degna di chiamarsi penna, quella che si abbevera in dosi volute dal proprietario nell’apposito calamaio, quella che manipolata con sapienza e dosaggio di gesto da tratti sottili, finissimi o grandi, spessi, modulati. Essa richiede soste per intingerla nelle quali lo scrivano può soffermarsi un attimo a riflettere sulla propria opera di ingegno, invece di buttare giù a man salva. La penna col pennino richiede cure, esami dello stato di pulizia, cambio e scelta del pennino stesso a seconda degli usi che possono essere di grafica artistica o di scrittura, e pure scelta dell’inchiostro appropriato. Una volta esisteva la "bella scrittura" o calligrafia e anche i professori di questa insigne materia che insegnavano l’aldino, l’inglese, il corsivo, il gotico, la tondina: io posseggo ancora pennini in acciaio specifici per alcune tipi di grafie in cui mia madre era abilissima. La calligrafia è parente stretta del disegno e viene praticata da pochi amatori: i pennini per la calligrafia erano di tante marche, materiali, fogge, tagli singolari, punte tagliate di sbieco, dritte, pennini panciuti, gonfi, sottili, regali con corona, a foggia di Mole antonelliana o tour Eiffel, a forma di mano con dito proteso, a pesce ed aghiformi per tratti finissimi cioè quelli che prediligo io per il disegno: essi sono gli Heinze tedeschi in acciaio blu numerati dal più duro al più morbido. Buoni pure erano i Perry inglesi di augusto lignaggio. Ho una minima scorta di Heinze acquistata anni fa presso la premiata ditta Smeraldi, un tempo mia emerita fornitrice di ogni sorta di carta ed arnese grafico. Il signori Smeraldi, padre e figlio compassatissimi, mi presentavano su di un cartone rivestito in carta velluto rossa un campionario di almeno trenta pennini diversi, ad uso artistico non calligrafia; questi begli oggettini stavano applicati al cartone tramite un elastico e si potevano esaminare anche con la lente; era possibile ordinarne uno, due, quattro, a piacer: anche una scatolina. Per le cannucce non sto ad andare per il sottile: ne ho tre o quattro boeme acquistate in un mercatino, altre tre vecchie come il cucco, una di plastica orrenda rosa e nera, un’altra me la sono fatta io con i bastoncini cinesi. Degli inchiostri taccio che sarebbe una enciclopedia: io per disegnare uso dell’inchiostro di China, cioè di Cina, Pelikan, qualche volta mi faccio da me inchiostro da bastoncino/tavoletta cinese di china secca sfregato sulla vaschetta di ardesia poi ci intingo pennelli cinesi o penne fatte di bambù (altro capitolo: antenate della penna). Il passaggio dalla cannuccia con il suo pennino all'uso del pennello per scrivere è breve o pare. Ma con questo passaggio si apre una grande porta verso tutta l'Arte della Calligrafia orientale, cinese e giapponese che è mondo antico, estetico, filosofico e religioso, sterminato come il Gobi e il Taklamakan. Io mi limito ai miei pennini e vi assicuro che l'arte di misurare la propria forza ed i proprio gesto con questo minuscolo e caro oggetto esercita la pazienza e la concentrazione; accostare, accumulare tratteggi neri o colorati, fini e spessi immette in un mondo silenzioso, leggero ove tutti i pensieri prima si ammorbidiscono e poi si sciolgono. Restano quei tratti sulla carta, tanto effimeri come il loro supporto, ma specchio di uno stato d'animo e di coscienza.

Anelo ad annullare
l'anello all'anulare.
(Giancarlo Tramutoli)


di Gian Paolo Serino
(Pubblico questo editoriale di Gian Paolo apparso oggi su Avvenire. Buona lettura. M.U.)
Mentre il mondo editoriale è in fibrillazione per l'epifania di Mantova c'è un premio, il Pen Club, che nello stesso periodo ha come unici riflettori puntati quelli dei lettori. Un premio che ha avuto promotori illustri -da Filippo Tommaso Marinetti a Ignazio Silone, da Maria Bellonci a Mario Soldati- e che consigliamo a tutti coloro che vogliano passare dei giorni a contatto con la natura della creatività. La differenza tra i due eventi non è da poco: a Compiano, suggestivo paesino abbarbicato sulle colline dell’Appennino parmense, l’atmosfera del Pen Club è totalmente diversa rispetto ad un Festival di Mantova ormai ridotto a show business che fa fatturati (non solo) sulla carta. L’idea alla base di Mantova, sia chiaro, era buona: portare i libri incontro ai lettori. Ora, però, quella logica si è snaturata. Non siamo ancora giunti al voyeurismo da Fiera dell’eros, ma poco ci manca. Il Festival è stato ridotto (“ingrandito”, dicono gli organizzatori) a fiera delle vanità (e delle atrocità) di scrittori ed editori. Sotto l’occhio mediatico di giornali e televisioni le star del circo mantovano si esibiscono, in tutta l’essenza della loro apparenza, in piroette acrobatiche pur di presenziare. E i lettori? A Mantova sono spettatori che vagano, contenti ed inebetiti, da una gabbia all’altra (gli organizzatori le chiamano “location”) pur di vedere i loro beniamini di carta. Già: perché a Mantova ormai i lettori non vanno per ascoltare, ma per “vedere”; gli addetti ai lavori, invece, per farsi vedere. Ormai è tutto uno spettacolo: tra inchiostro e paillettes. E se anni fa poteva anche valere la pena macinare chilometri e chilometri per incontrare scrittori che da anni sognavi di ascoltare adesso anche questo miraggio è svanito. Perché le star presenti, a festival terminato, sono subito pronti a partire per tour promozionali che toccano le librerie di tutta Italia. Le solite, naturalmente: i megastore delle città più importanti.. Ma vederli davvero a contatto con il popolo (dei lettori)? Sarebbe grandioso se qualche illuminato, si spera non catodico, decidesse di trasferire l’idea originale ( format) in qualche altro luogo (location). Sarebbe bello ascoltare Antonio Moresco, autoemarginato della letteratura più salottiera, filosofeggiare nei quartieri spagnoli di Napoli; sarebbe interessante assistere alle dissertazioni di Paul Ginsborg sul “bene comune” a Le Vallette di Torino o catapultare Chuck Pahalaniuk, cantore degli orrori moderni, allo Zen di Palermo. Siamo sicuri che il pubblico, se non con più interesse, ascolterebbe con maggiore partecipazione. Nell’attesa (ri)scopriamo Compiano, Premio Pen Club. L’appuntamento è per la sera di sabato 3 settembre nella piazza del paese. Accanto a nomi noti come Maggiani, Piperno, Affinati, Arslan e Ongaro ad essere protagonista sarà proprio questo piccolo borgo antico dove più che vedere si “respirerà” cultura. Potrà apparire uno spot, ma non lo è. E’ solo un consiglio che invita a scoprire un mondo a parte. Un mondo appartato, fatto di strade e uomini, prima che di telecamere e starlette della penna.

di Jorge Luis Borges
Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da giuoco e gli scacchi,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno più in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.
Questa non è una rivista. E' un blog? Non so. Tecnicamente lo è. Sono contento di essere nel XXI secolo e di avere la possibilità di pubblicare un rivista senza carta che da la possibilità al pubblico di dire la sua. Dunque, il blog è qui il benvenuto. Chi sono io? Un poeta, un sobillatore, un uomo di spirito, un pacifista guerrigliero, soprattutto un dadaista post-litteram. Un uomo che crede ancora nelle Merzpoesie, in Hans Arp, nelle sperimentazioni dell'Avanguardia e in altro ancora. Non c'è più Avanguardia, non c'è quasi più nulla. Forse perché c'è poco entusiasmo. E allora il blog è lo strumento delle Nuove Avanguardie; e diventa radio libera, bollettino postale, bollettino di guerra e avviso ai naviganti, walkie-talkie, telefono scritto, televisione a fermoimmagine, cinema da casa, home-theatre delle proprie narcisistiche vitalità, del proprio irrefrenabile spunto a discutere a gridare a dire fare baciare. Lettere e testamento. Un due tre stella. Eccetera. Qui si fa la cultura o si muore. La Kultur che si cerca disperatamente altrove, nei blog squisitamente letterari. La si trova, ma troppa pubblicità regresso alla politica. Ne parleremo anche noi, ma in succinte dosi, omeopaticamente.
Fotomontaggi verbali: nel segno del Dadaismo, fotograferemo la realtà a sua insaputa, come una Candid Camera, e mescoleremo le carte in tavola.
Dada-ingegneria: sempre nel segno del Dadaismo, il Dadaismo più circonflesso, cercheremo di fare poesia utile, costruita, termica, solare, atomica.
Protopostfuturismi: saremo prima del Futuro e quindi nel passato, ma anche dopo il Futuro e quindi dietro al Futuro stesso.
Opinioni a raffronto: spereremo di avere non solo scambi e confronti ma soprattutto raffronti. La violenza, soprattutto verbale, non ci fa paura. Anzi.
Applicazioni tecniche: come a scuola. L'ultima materia. Dopo ginnastica. L'ultima ruota del carro. Quello, insomma, che non si osa dire. Qui lo si può dire. Ce ne diamo licenza, ne diamo licenza a chiunque. Markelo Uffenwanken
(Esattamente un anno fa, alle ore 16.21, pubblicavo il primo post di questo blog, scritto di getto, dal titolo “Editoriale”. Titolo sbagliato, perché si trattava di una specie di programma. Comunque, lo ripropongo oggi.)
Non lo conoscevo. Avevo letto cose sue sul suo blog (tra i miei link) e altrove, specialmente commenti su Nazione Indiana. Si chiamava (si chiama) Gino Tasca. E' strano provare dispiacere per la morte di una creatura umana che non si conosce. O forse no. No, non è strano. Se ne è andato a 54 anni per una grave malattia, Gino. Non esiste una brutta età per morire: esiste la morte che puo' trovarci vivi, per citare un famoso aforisma. Ho la sensazione che la morte abbia colto Gino da vivo. Non è una consolazione a buon mercato, almeno credo: però è già qualcosa, quando il nulla (o il tutto, per chi ci crede) spalanca le sue fauci e inghiotte questa nostra terribile e meravigliosa vita terrestre. Un abbraccio a Gino da lontano.

di Giancarlo Tramutoli
ALLUCE: Primo dito del piede che illumina l'interno della scarpa.
EPIFANIA: Apparizione della calza perduta da un anno, quando ormai avete già buttato via l'altra.
FANGO: Tango ballato sotto la pioggia.
FLAMENCO: danza spagnola di origine gitana, utile per sterminare in pochi minuti l'invasione delle formiche nella vostra cucina al ritorno dalle vacanze estive.
KAFKIANO: Aggettivo usato in ispecie da chi non ha mai letto nulla di Kafka.
KAMIKAZE: Pilota dell'aviazione militare giapponese che identifica il fine col mezzo.
REFUSO: Monarca in preda a un forte esaurimento nervoso.
AD MAJORA: Ti auguro una maggiorata.
UBI MAJOR MINOR CESSAT: E' preferibile un bagno grande a uno piccolo.
(Dal Dizionario dei luoghi ameni, Promo 2000 – già nell’agenda Il meglio di Comix, Panini ed.1994)
di Riccardo Ferrazzi
Il presidente del Senato, il filosofo Marcello Pera, ha tenuto al meeting di CL un discorso conservatore/reazionario nel quale ha sostenuto, con filosofica consequenzialità, varie tesi ben note. Partito dalla constatazione che “il relativismo liberaldemocratico... privilegia ora la libertà ora la democrazia rispetto al bene”, è arrivato a sostenere che una “società meticcia” non sarà in grado di sostenere gli assalti dell’integralismo. Per entrare in discussione su temi di questa portata bisognerebbe introdurre tanti di quei distinguo da scriverci un libro. Mi manca il tempo e lo spazio, quindi mi astengo. Però c’è qualcos’altro che mi ha incuriosito: Pera ha fatto scandalo. Ma dov’è la meraviglia ? Quasi metà degli italiani vota per lo schieramento di cui Pera è espressione. Anche tra i partiti di sinistra le idee di Pera non sono mica all’indice (cattolici integralisti e marxisti ortodossi sono tutt’altro che favorevoli al relativismo etico). Tanto è vero che le reazioni di diessini e margherite hanno accuratamente evitato di entrare nel terreno della filosofia della storia e sono rimaste strettamente sul piano della politica spicciola. Invece i cespugli si sono agitati assai, bollando il discorso come “affermazioni indegne e deliranti” e chiedendo le dimissioni di Pera (come se dovesse rimanere in carica ancora per molto).Non ci sarebbe niente di strano se tutto si riducesse a una disputa di opinioni: tu la pensi così, io la penso cosà. Ciò che mi incuriosisce, e non è la prima volta, è il tono con cui si grida allo scandalo: “come si permette costui (oggi Pera, ieri qualcun altro) di dire pubblicamente certe cose ?”. Oh bella, e perché non dovrebbe permettersi ? La libertà di parola è un diritto garantito dalla costituzione. Non ci si può scandalizzare se qualcuno ne fa uso.Ho l’impressione che il sottinteso di certi scandalismi sia più o meno questo: lo sappiamo che esiste una (larga) fetta di opinione pubblica che coltiva, magari inconsciamente, idee conservatrici e/o reazionarie. Ma non deve esprimerle. Chi la pensa così è vecchio e superato: morirà e queste idee moriranno con lui. Nel frattempo stia zitto. Questo atteggiamento infastidito è tipico di chi è convinto di possedere la verità. Chi pensa solo al “dover essere” non si abbassa a discutere con chi sta attaccato alle cose come stanno, e non ammette che qualcuno possa coltivare interessi diversi. Ho due obiezioni. La prima: non è vero che la storia vada sempre avanti. Anche Marx diceva che “la storia non si ripete mai, ma ogni tanto balbetta”. La storia, come scriveva anche il glorioso presidente Mao, “esce dalla canna del fucile”, cioè va dalla parte del più forte, e non è detto che il più forte sia sempre progressista, anzi.L’altra obiezione è questa: il progressismo (se vuole essere democratico) si afferma solo attraverso il dialogo. Quando rifiuta il dialogo, con la scusa che le idee degli altri sono “superate” e moriranno da sole, finisce per non avere più armi per controbattere. Le idee degli altri non muoiono affatto, anzi crescono, si diffondono per i canali dove non sono contrastate (o dove trovano solo reazioni sdegnose e moraliste). Se non si scende sul loro terreno, se ci si rifiuta di capire i motivi per cui si sono formate, ci si riduce a discutere all’interno di ambienti sempre più ristretti, convinti di possedere tutte le verità, ma sempre più distaccati dalla realtà. Si fa la fine dei bizantini, intenti a discutere del sesso degli angeli mentre i turchi entravano in città.

di Franco Arminio
(Ricevo da Franco questa sua ultimissima poesia e subito la pubblico. Buona lettura. M.U)
sfinito,
sono sfinito.
sono appeso a me come
a una corda che non tiene.
dimmi una parola
dimmela adesso o mai più
prendila dove vuoi
nella verità o nella menzogna
prendila nel tuo corpo o fuori
ma dimmela intera, fa che si senta
l’odore della tua bocca
fa che mi stia davanti
come uno zigomo
un ginocchio.
non dirmi che non hai che dire
sarebbe un’offesa di cui potrei morire.

"Antonio Curcio dice che scrivere è farsi del male prima che ve lo facciano gli altri. Io dico che scrivere è farsi del bene senza aspettare che ve lo facciano gli altri".
(Franco Arminio- da Cabaret dell'ipocondria)

Oggi alle 16.55 circa sono negli studi di Milano della Rai per essere intervistato da Tommaso Giartosio su Cattivo sangue, all'interno di Fahrenheit. Se vorrete seguire l'intervista mi farà molto piacere. Ciao!
di Mario Bianco
Qualche giorno fa il mio amico GinoT. per telefono mi dice: Sai Mario, ho il computer impallato da più di una settimana, ero in una sala di attesa sapevo di dover aspettare un bel po’, mi sono portato un quaderno a quadretti e una matita! Ho cominciato a scrivere appunti per un racconto, a matita, pensa un po’, con la matita! Lui era stupito per il suo ritorno ad un tradizionale oggetto scrivente, ormai inconsueto. Io non mi sono stupito. Io porto sempre una matita con micromina 0,5 (anche due) nel taschino della giacca della camicia del soprabito dell’impermeabile del giaccone. Non posso vivere senza una matita sulle carni, vicino al cuore: posso dimenticarmi, uscendo di casa, delle chiavi ma non della matita e per questo ne possiedo tante: di legno, di metallo, di plastica, di bachelite, di alluminio, micromina 0,5 0,7 0,2; ho pure ereditato delle matite da mio cugino Sandro; una di queste è nera a sezione esagonale, intonsa, con su stampigliato in argento un fascio littorio e bene impresso: FERROVIE DELLO STATO. Poi ne ho avute e comprate di quelle cinesi ceke americane tedesche francesi Hardmuth Kohinoor Presbitero Fila Faber, quelle che già la maestra elementare ordinava: matita Faber n.2, mi raccomando. A volte in giro per mercatini ci ricasco a comperare l’ennesima matita rossa e blu, da correzioni o quella copiativa, verniciata di giallo, di quelle che ti metti in bocca la mina, fa schifo, e scrivono viola. Ci ho un pezzo di anima nelle matite. Quando ancor non sapevo scrivere disegnavo dappertutto e fregavo matite a mio padre, se non avevo matite cercavo mozziconi di matita da falegname, quelle piatte, scaglie di mattone, carbonella, fiammiferi bruciacchiati e facevo segni; poi me le prendevo perché istoriavo tutto, muri, tessuti, abiti, zoccoli, scarpe, tavoli, retro di libri. Allora per evitare danni e farmi sfogare hanno cominciato a darmi rottami di cartone, di quelli che ci sono nelle pezze di stoffa e lì sopra ho raffigurato tutte le guerre possibili, i soldati di tutto il mondo, carriarmati, spade, mitra, Iliadi complete, Ulisse e la sua gang, bersaglieri e marinai, bombardieri B17 e Stukas. Poi ho incominciato ad usare a scuola la penna a cannuccia col pennino. A quell’epoca nei giganteschi scomodi tarlati banchi di legno stava incastrato un calamajo di stato in cui il bidello in camicione nero ogni settimana versava, da una specie di sacratissima ampolla in vetro verde il repellente inchiostro di stato condito con grumi noduli filacci schifezze e mosche morte, sempre di stato. Era molto difficile scrivere con quell’intruglio, i pennini si intasavano e ci sarebbe da scrivere uno zibaldone solo sui pennini immelmati, incrostati e su conseguenti incidenti, per cui tralascio. Poi arrivarono (anni dopo) e furono consentite le penne stilografiche. Però le matite erano più buone perché le potevi e puoi masticarne il culo o fondo, attività distensiva atta a calmare o posticipare nervosismi, ansie durante compiti in classe o interrogazioni: il detto fondo sa di legno verniciato a spruzzo, grafite con gusto acre, sui generis: tipo benzodiazepina. Comunque, per farla breve, i primi miei racconti me li sono scritti tutti a matita, fini fini, su fogli tipo extrastrong o carta semilucida di incauto acquisto, poi me li sono copiati di nascosto ai genitori con la macchina da scrivere di mio padre, di notte, ecco. Però adesso queste cose le scrivo col pc. Ma le poesie, no: quelle si scrivono, anzi si devono scrivere a matita, poi si correggono con una penna microfibra nera, che lasci un bel segno netto, altro che biro; poi, volendo, ad libitum, si copiano sul computer. Perché la mano con la sua matita fa un gesto ordinato dal cervello in cui si muovono più sensi e il lapis sta tra le dita sentimentalmente e sensualmente, come prolungamento del corpo, fa segno netto, sfiorato, a tratti, pesante, ti strappa la carta, lo moduli, l’occhio ci va dietro e dentro, guardi la sua punta, spingi il pulsante o fai quella operazione straordinaria (se usi una matita vera) che è il temperare con un coltellino, con una lametta, col temperamatite classico o quello professionale da tavolo a manovella. Una voce dentro di me, un tipo concettuale, mi dice: ma la matita è solo uno strumento; il risultato, quello che conta è la storia, la poesia, il disegno. Un’altra voce si incazza un po’ e fa: l’uso armonioso dello strumento, tutt’uno con il corpo/mente è il primo fine. Ahhhh, dico io, e li lascio discutere.
Durò poco, forse un quarto d’ora, forse venti minuti, ma non arrivammo comunque alla mezz’ora; lei partecipava poco, anzi quasi per nulla, era più che altro abbandonata sotto di me, gli occhi sempre chiusi, quasi del tutto passiva, determinata a subire l’inevitabile, così era la mia impressione mentre le stavo sopra e mi muovevo dentro di lei. Rivestendoci alla svelta, le dissi di scendere lei per prima e di dare un colpo di tosse nel caso ci fosse stata via libera, per non insospettire mio figlio; allora sarei sceso anch’io.
“Siete della stessa razza, tu e lui” , disse mia nuora di colpo, a tradimento, senza guardarmi in faccia, mentre si abbottonava la gonna, evidentemente disgustata. Non riuscii a dire nulla.
Lei scese, poco dopo sentii il colpo di tosse, scesi e non trovai mio figlio, il quale –così scoprii pochi minuti dopo – era nel giardino e guardava nel vuoto o le nuvole in cielo come spesso in quel periodo, perché stava covando, stava covando il secondo volume della trilogia; il primo libro, così aveva detto a me e a sua moglie, mia nuora, da pochi minuti la mia amante, si sarebbe intitolato Se il telefono potesse parlare, mentre sul secondo ancora non aveva le idee chiare sul titolo. Di colpo mi guardò, sdraiato sulla sdraio, sviando il suo sguardo dalle nuvole che osservava spesso mentre covava la sua trilogia appena attaccata da lui –e a spada tratta, a quanto si poteva osservare osservandolo- nel secondo libro; mi guardò e disse: “Annegare nel liquido amniotico, è questo il mio unico sogno, tornare da dove sono venuto annegando, è questo il ritorno alle origini che deve per forza essere il nostro premio per una vita ingiusta e assurda, altrimenti tutto è stato inutile, qualcosa deve pur esistere al di là di questo”. Gli chiesi se fosse una frase che aveva appena covato, e lui mi rispose di si, e mi chiese cosa ne pensavo, e io per la prima volta in queste occasioni peraltro rare mentii, e gli dissi che era una grande frase, mentre in realtà era una vera e propria stupidaggine, uno sbocco di finto nichilismo e per di più di maniera, e quella storia del liquido amniotico era davvero insulsa, completamente, e in fondo c'era una speranza in un senso che attraversasse la vita che io trovavo addirittura patetico; ma in quel momento guardavo mio figlio e mi faceva una gran pena, come mi aveva fatto pena col suo grembiule indossato il primo giorno di scuola, come mi aveva fatto pena quando era tornato dalla festa di laurea dieci anni prima, come mi aveva fatto pena quando si era sposato due anni prima. Tutto l’odio s’era dissolto, ora mio figlio mi faceva una pena credo immensa, una pena che usciva a ondate devastanti dal mio petto, una pena addirittura violenta, che in qualche modo cominciava a devastarmi; avrei voluto piangere per la pena ma naturalmente di piangere non ero più capace e da parecchio tempo, da così tanto tempo che non ricordavo più con precisione né con approssimazione, forse da quando ero stato un adolescente, ma non ne sono per nulla sicuro, di sicuro c’è soltanto che non sono certo un tipo come si suol dire dalla lacrima facile.
“Io ti ho fatto un torto grave, un torto irrimediabile che non potrà mai essere cancellato. Non ho la forza di confessartelo, e non chiedermi nulla, o potrei perdere questa vergogna che mi assedia, e potrei dirti tutto”, così dissi di colpo - e senza pensare a quello che stavo dicendo- a mio figlio, travolto da quel senso di pena terribile che provavo per lui.
“Puoi avermi fatto qualsiasi cosa, a me non importa”, disse prontamente lui. “Ma ti conosco bene: non sei capace di fare del vero male. L’unico torto che hai fatto a me, che mi hai potuto fare, è stato ficcare il tuo arnese da spasso dentro la mamma, e venirci dentro. Ecco fatto, hai fatto il guaio, l’hai fatto tu solo, perché la mamma era arresa, non poteva far nulla, era arresa alla sua maternità, non avrebbe potuto farci niente. Tu invece mi hai fatto volontariamente nascere, e avresti potuto, con un po’ di giudizio, deviare quel maledetto fiotto di sperma. Ma niente. No, tu hai fatto solo questo. Ammettilo. Sei una brava persona come tante; e sono quelli come te, gli incoscienti, che rendono questo mondo lo schifo assoluto che è”.
“Hai ragione”, dissi con un soprassalto di stizza per quell’uomo che era mio figlio e per il quale, d’improvviso e per fortuna, non provai più alcuna pena. Sospirai quasi di liberazione. “L’errore è stato mio, l’errore è stato farti nascere. Ma non sono un brava persona; non lo sono mai stato”.
"Siamo animali del bosco, saremo bosco, saremo foglie, sotto di noi cammineranno passi, si spegneranno cicche di sigarette, e poi svaniremo accartocciati nel nulla". Così disse mio figlio a mia nuora, la quale era una creatura senza grilli per la testa, pensò bene di guardarmi sgranando gli occhi, come se mio figlio avesse detto una fanfaronata delle sue; invece mio figlio aveva detto una cosa intelligente una volta tanto, era stato preciso sul destino che ci attende, sulla fine inevitabile, e io ne rimasi naturalmente di sasso; e nonostante stessi apprezzando la lucidità di mio figlio finalmente ritrovata non avevo voglia di complimentarmi con lui, dopo tutto quello che mi aveva fatto negli ultimi anni. Era stato crudele e meschino, piccolo e infingardo, stupido e mellifluo; aveva tentato di truffarmi con l'assicurazione sulla vita e aveva fatto carte false per mandare sua madre - mia moglie - in una casa di cura per malattie mentali. Era un giovane egoista e proiettato esclusivamente verso se stesso, si autoproiettava edonisticamente; non cercava il piacere della massa, preferiva i piaceri dello specchio mentale, in quanto s'era creato questa sua immagine di intellettuale rimirabile e ci sguazzava all'interno abbondantemente, in quest'immagine tutto sommato squallida. Io avevo voglia di farla sotto il naso di mio figlio, vale a dire avrei voluto con tutte le mie forze sedurre una buona volta mia nuora, farmela nella stanza di sopra, mentre lui, mio figlio, si rimirava al suo specchio intellettuale senza aver ancora scritto una sola riga significativa del suo romanzo. Ogni tanto affermava che il libro l'aveva già scritto ed era già tutto dentro di lui, e che era solo questione di tempo, sarebbe venuto fuori da solo, si sarebbe trascritto automaticamente, lo scrivere per lui era un semplice stenografare per la qual cosa al momento non aveva tempo, in quanto s'era messo a covare nel frattempo il secondo libro della trilogia, e questo covare era lo scrivere ed era il vero lavoro, mentre scrivere su carta era per lui solo stenografare, e questo era il meno, il tempo sarebbe venuto, si sarebbe trattato di un'operazione semplice ma noiosa, e ora lui aveva il suo bel daffare nel covare il secondo volume della trilogia, questo per lui era scrivere, covare. Gli chiesi se quella frase che aveva detto a mia nuora - sua moglie - era l'attacco del secondo libro; lui mi rispose che era il finale del primo. Gli chiesi allora cosa ci stava prima. Lui mi rispose, semplicemente: "Tutto". Guardai mia nuora con desiderio e con una scusa mi feci seguire da lei nel giardino, mentre mio figlio continuava a covare il suo secondo romanzo, il secondo della trilogia. Non mi ci volle molto: guardai mia nuora intensamente negli occhi, avvicinai il mio viso al suo e la baciai delicatamente sulle labbra. Lei chiuse gli occhi e si abbandonò facilmente, mentre io invece la guardavo bene, volevo vederla perfettamente nell'atto di abbandonarsi. Non c'era alcun pericolo: mentre salivamo di sopra facendo scricchiolare le scale lucide per finire in camera da letto, ero perfettamente sicuro che mio figlio non ci avrebbe disturbati, e che non avrebbe sospettato nulla: lui avrebbe continuato a covare il secondo romanzo della trilogia da stenografare fino a chissà quando, mentre io avrei potuto portare a compimento il mio vendicativo incesto in tutta tranquillità.
di Giuseppe Iannozzi
(Pubblico questa recensione di Iannox già uscita su Kinglear e Bioiannozzi - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
Esistono romanzi scritti bene e romanzi che invece no. Raramente si ha la fortuna d’incontrare una scrittura limpida, folgorante, che mira al centro del cuore: con il suo stile preciso Franz Krauspenhaar, reduce dall’ultima fatica “Cattivo Sangue”, spara esattamente al centro del cuore per attraversarlo tutto. In “Cattivo Sangue” si attraversa l’Europa in compagnia di Bruno Bruide, un ex Export Manager, la cui vita cambia di punto in bianco, improvvisamente, per tradursi nel più fitto nero esistenziale. Le circostanze, il caso, il destino vogliono che Bruno Bruide, apparentemente uomo insignificante e pacifico, si decida a diventare sé stesso una volta per tutte; e l’unico modo che ha per essere è quello di riconoscere il suo cattivo sangue, perché Bruide può essere anche un killer e un uomo che dimentica l’amore di sua madre. Il mondo che conosceva, che credeva gli appartenesse, in un men che non si dica gli si rivolta contro; ha ucciso una volta al soldo d’una fantomatica organizzazione criminale, e il perché non gli è chiaro neppure a lui, però sa d’aver ammazzato a bruciapelo, senza pensarci su. Ecco, tutto ha inizio così, o quasi: uccidere è facile, diventa una necessità viziosa (autodistruttiva) come fumare e bere, o una priorità come mangiare respirare e fare all’amore anche. Un assassinio tira l’altro, e ben presto Bruide perderà il numero dei morti dietro di sé e anche la donna che ama, Paola, una femme fatale forse, con la quale Bruno Bruide riallaccia i rapporti nel momento più estremo della sua vita. Paola torna ad essere la donna di Bruno Bruide dopo quattro anni di totale lontananza l’uno dall’altra, torna ad essere colei che (r)accoglie le sue confessioni, tutte, anche quella che le sbatte in faccia la verità di Bruno uguale killer. Bruide sa di Paola sposata e sa anche che l’unica possibilità per loro è una e una soltanto… E’ una girandola di assassini, una emorragia di vita che è quasi impossibile trattenere fra le mani, una emorragia che, per assurdo, si può arrestare solo attraverso il sangue. Alla fine Bruno non ce la fa, non resiste, perde Paola, perde sé stesso cercandosi nella catena di delitti dietro di sé, e decide di darsi un arresto. Pressappoco così termina quello che potremmo definire il primo “libro” di “Cattivo Sangue”, perché dopo due anni Bruide torna sulla scena dei suoi delitti per aggiungere sangue al sangue, per ritrovare Paola e chiudere definitivamente i conti con lei. Due anni di prigione servono a Bruno Bruide per diventare, o meglio per capire d’essere anche uno scrittore oltre che un assassino e un ex Export Manager: tra le sbarre divora libri su libri, divora vite su vite ormai consegnate alle pagine e all’inchiostro, in una parola impara a leggere, a scrivere soprattutto. Tra la durezza delle sbarre scrive di sé non omettendo alcun particolare, riesce a pubblicare le sue memorie che riscuotono un discreto successo, diventa conosciuto anche come scrittore: non è più un semplice killer. Però evade, perché tra le sbarre non può resistere ulteriormente, perché il mondo all’aria aperta ha ancora troppi conti in sospeso con lui e lui con Paola, il suo mondo, l’unico che credeva di conoscere a menadito. Bruno Bruide ha ancora bisogno di vita, della sua e di quella altrui, per tracciare la mappa del suo esistere, se un modo di esistere ancora c’è per lui. E’ così che inizia quello che potremmo definire il secondo “libro”, il libro nel libro di “Cattivo Sangue”. In “Cattivo Sangue” c’è rabbia, passione, disperazione; c’è un po’ di quel sole dei morenti che Jean Claude Izzo ci ha lasciato, c’è l’ironia feroce che fece nera e di più la verve di Léo Malet, e ci sono quelle latebre che James Ellroy ha messo in luce ne “I miei luoghi oscuri”, ma c’è anche una sana dose di cattiveria spinta al limite estremo d’un cinismo à la Céline. E sì, c’è pure dolcezza, una dolcezza che ha il sapore quasi d’un ricatto, quasi d’un riscatto impossibile, perché per Bruide nessuna redenzione possibile né in cielo né in terra: la dolcezza che Bruide sa è d’una qualità che non si dimentica, come in “Fight Club” di Chuck Palahniuk. Un’abbondante emorragia di schiettezza à la Dürrenmatt domina su ogni sentimento e durezza di Bruno Bruide: così è “Cattivo Sangue” di Franz Krauspenhaar, un noir onesto fino all’ultimo colpo. Devo essere io a dirvelo? E’ un libro da leggere, assolutamente, a costo di lasciar uccidere vostra madre per incoscienza, distrazione o troppo amore. Non capite? Tutto vi sarà chiaro, non preoccupatevi: è sufficiente che leggiate “Cattivo Sangue” tutto d’un fiato… tutto d’un colpo.
Franz Krauspenhaar - Cattivo sangue - Baldini Castoldi Dalai - Collana: Romanzi e racconti 319 - Pagine 430 - Anno 2005 - ISBN 8884906946 - € 15.80

Qui di seguito potete leggere le portate della cena brasiliana consumata ieri sera dalle 21.00 al Sottovoce, birreria brasiliana vicinissima a casa mia che il venerdì e sabato sera serve cena tipica al prezzo tutto compreso di euro 20, musica di Djavan, Jobim, Luis Melodia, Ivan Lins, ecc. inclusa.
ANTIPASTI: Salada bahiana, alface recfhejada (lattuga ripiena) salpicao de frango (petti di pollo e verdure). CONTORNI: Vinagrete (pomodori e cipolle conditi), arroz branco (riso in bianco profumato), farofa (farina di tapioca, pancetta e spezie) CARNE ALLO SPIEDO: Coxas de frango (coscette di pollo alla birra), linguiça (salsicce di maiale), picanha (taglio brasiliano posteriore di manzo), lombinho (lonza di maiale al vino bianco), tacchino con pancetta (nome in portoghese non pervenuto) FRUTTA ALLO SPIEDO: Abacaxi oro (ananas gold allo spiedo) Birra alla spina, bicchierino di cachaça (acquavite di canna da zucchero) caffè.
Tutti contenti, anche il signore e la signora Reister, noti gourmet. Nonostante l'avvertimento durissimo di Arbela - da me soprannominato ieri sera "O Fazendeiro", perchè, scuro di carnagione e con la barba grigia sembrava davvero un proprietario terriero da telenovela- vale a dire che con la cachaça non avrei digerito per 3 giorni di seguito (come è successo tempo fa a lui) tutto benissimo! (E alla facciazza - anzi fachaça- sua).

di Giancarlo Tramutoli
(Come promesso eccovi un gustoso “tris” del poeta lucano. Buona lettura. M.U.)
Lei era una romanticona
lui lavorava ad una pompa di benzina
la conquistò facendole per ore
una Super Corte Maggiore
Gli operai del conservificio
dopo anni di sacrifici
e di conserve al pomodoro
non riuscirono a conservare
il loro posto di lavoro
Quando nessuno ti ama
la vita diventa grama
si avvita, si avvita, si avvita
e poi si spana
(Da Temporali – Gruppo Ed. I Protagonisti – Foggia, 2002)

di Mia Hoffmann
"Le donne per bene se la prendono come per la più grande sfacciataggine se le si fruga sotto la coscienza." (Karl Kraus, Detti e contraddetti)
Quando un nemico vi presenta una brava ragazza: non fatevi ingannare, non credete di riuscire a spuntarla da soli, dimenticate i vostri successi, il vostro fascino e ogni vostra precedente conquista; piuttosto, se ci tenete alla pelle (del portafogli) e alle palle (le vostre), recitate mentalmente come un rosario la parte bastarda di Teorema (di Marco Ferrandini): "Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore. Non farti vivo e quando la chiami fallo come fosse un favore." (Se avete problemi di memoria, fatevela incidere su una placchetta d'acciaio - non di materiali preziosi che la brava ragazza potrebbe adocchiare - e portatela al collo come se vi fosse inciso il vostro rarissimo gruppo sanguigno.) Le brave ragazze - o meglio: i buchi con la carne insipida intorno - sono quelle creature dall'aria soavemente trasognata che bramano accasarsi con uomini brillanti, interessanti, di successo - in una parola: importanti. Raramente questi buchi sono circondati da carne pregiata, altrimenti verrebbero definiti belle ragazze e non brave ragazze. Hanno terminato gli studi con successo ma il mondo del lavoro è in crisi e non sostiene la meritocrazia, perciò sono finite come le loro amichette ignoranti a svolgere mansioni mediocri senza possibilità di sbocco se non quello sulla tazza del cesso. Economicamente fanno fatica ad arrivare a fine mese, eppure non si sognerebbero mai di cercarsi un secondo lavoro. Nel frattempo non perdono occasione per lagnarsi con chiunque, facendo pesare - soprattutto a voi: maschietti single ed economicamente ben assestati - la loro condizione. Hanno l'indole accattona, mendicano compassione. Se fanno parte della cerchia delle vostre conoscenze sapete che loro sono quelle che non bevono più di mezza birra perché "l'alcol mi da subito alla testa". Mai una volta che prendano in mano le redini di una serata, anzi, se ci si vuole spingere un pò oltre il confine della noiosissima routine sabbatica - aperitivo/ristorante/pub - loro vanno pregate, trascinate dal davanti e spinte dal dietro se le si vuole nel gruppo, e quando acconsentiranno, vi diranno si come farebbe la madonna di Lourdes se facesse miracoli, perché adorano farsi pregare. In compagnia non si uniscono ai cori perché "sono stonata come una campana", e quando si opta per una spaghettata di mezzanotte e si fa la conta per scoprire a chi tocca cucinare, loro si astengono perché non hanno fame, ma appena imbandisci la tavola si zittiscono e ingurgitano. Se al ristorante si paga alla romana, ordinano il minimo indispensabile e poi sbafano dai piatti altrui. Non sono particolarmente simpatiche, né particolarmente belle, né particolarmente intelligenti, ma nemmeno particolarmente brutte o stupide. Usano l'onestà come pretesto per defilarsi dal vivere responsabile, sostengono che la legge del dare e ricevere equivale a mettersi in vendita - perché "bisogna essere disposti a dare senza tornaconto" - e, dato che " io non sono una puttana", considerano un diritto ricevere senza ricambiare. Se vogliono un uomo, le brave ragazze affrontano un appuntamento lavorando a schemi, fasi e copioni. Pretendono di essere corteggiate, riverite, divertite e mantenute, ma non corteggiano, riveriscono, divertono e mantengono. Non invitano un uomo a cena a casa loro, tanto meno al primo appuntamento, perché "la cena la deve pagare lui, e così anche il pre e il post, perché da lì si capiscono molte cose". Durante la serata faranno un sacco di discorsi puliti e per bene, da cui sarà impossibile dedurre qualcosa di diverso da ciò che vogliono farvi credere. Ridono, ridacchiano, ma non hanno risate contagiose perché non sanno ridere di gusto. Con loro non si toccano vette di piacere, né di delirio, né si collezionano figure di merda e tanto meno è possibile incazzarsi fino ad uscire dai gangheri perché sanno dosare molto bene il fastidio che vi procurano - l'hanno precedentemente pianificato! Anche se vivono da sole non sono brave cuoche, né estrose arredatrici, né buone padrone di casa, ma non sono nemmeno zozzone: occupano appartamenti come stanze di hotel. Non si distinguono per il buon gusto nel vestire né per stravaganza. In inverno prediligono maglioni fatti a mano e in estate maglie di cotone lavorate all'uncinetto. Non indossano scarpe con il tacco - quando esagerano si concedono un mezzo tacco dalla base quadrata - e portano, quasi sempre, capelli lunghi tinti con colori sbiaditi e acconciati con tagli classici. Piacciono alle madri ma non le sanno conquistare. Non hanno modi di fare provocanti, né argomentazioni interessanti o manie divertenti. Fanno tutto ciò che ti aspetteresti da loro ma sempre sotto tono. Spesso, quando le abbandoni, ti rimane il dubbio di essere stato fregato ma senza riuscire ad identificarne il perché. Non vi concederanno mai il loro buco migliore al primo appuntamento perché non vogliono "essere solo scopate". Si atteggiano da principesse sul pisello ma sono allergiche al pisello, ostentano sangue nobile ma di un gruppo che non fa sangue. Quando si concedono sessualmente è perché lo ritengono inevitabile ma non si trattengono dall'imporre divieti, né prendono iniziative che potrebbero prorogare ulteriormente l'accadimento. Raramente si fanno cogliere sessualmente di sorpresa e con piacere. Insomma, si offrono spudoratamente da ogni vetrina, si offrono all'acquisto, ma non mettono in vendita niente. Sono buchi, circondati da normalissima carne insipida che si giustificano s.o.s.tenendo: "La donna è mobile / Qual piuma al vento / Muta d'accento / E di pensiero. Sempre un a mabile / Leggiadro viso, / In pianto o in riso, / è mensognero. (...) E' sempre misero / Chi a lei s'affida, / Chi a le s’ confida, / Mal cauto il core! Pur mai non sentesi / Felice appieno / Qui su quel seno, / Non liba amore! La donna è mobile / Qual piuma al vento, / Muta d'accento / E di pensier, / E di pensier, / E di pensier!" "Talvolta la donna è un utile surrogato dell'onanismo. Naturalmente ci vuole un sovrappiù di fantasia." (Karl Kraus, Detti e contraddetti)

di Gianmaria Pastore
(Ricevo da Gianmaria – il suo blog è Ipno, tra i miei link – e pubblico. Buona lettura. M.U.)
Un giorno, la Follia mi guardò dritto negli occhi e mi disse:“Tu hai la parlantina. Tu sei un sofista.” “La ringrazio, ma lei beve già a quest’ora?” “Non essere modesto, puoi fare grandi cose.” “Veramente non me ne ero mai accorto.” “Possiedi l’arte di intortare il prossimo.” “Effettivamente qualche colpo, a diciassette anni, l’ho messo a segno.” “Cagatine. E una vita fa, per giunta. Ora ne hai trenta.” “D’accordo, mi ha convinto." “Bene, è deciso. Sarai agente di commercio per il nostro gruppo chimico.” “Bello! Il che significa…” “VENDERE. VENDERE E FATTURARE. FARE SOLDI. MILIONI.” “Dove devo firmare?” “Qui. E ricorda: la nostra è una vendita d’assalto.” “Vado a ingrassare la baionetta.” Siglai il contratto, strinsi vigorosamente la mano del direttore commerciale scambiai un sorriso sicuro e uscii dal grattacielo, investito dal trionfo solare di luglio. Mi scrutai nelle vetrine. Ero bello, alto, gli occhi verdi. Elegante. Carico di energia. Di energia monetaria. Giunto al parcheggio, notai che un piccione aveva scaricato il suo liquame color nocciola sul cofano della mia auto. La cosa non mi scalfì per niente. Restava solo da vedere quanto sarebbe durata la carica. Ero sempre andato a pile. Pochi giorni dopo arrivò la telefonata del dinamico direttore commerciale. “Dammi del tu, va bene?” “Va benissimo, per carità.” “Perfetto. Inizi a settembre.” “Magnifico.” “Alla fine di agosto c’è il nostro meeting nazionale. È un occasione per un primo contatto con i tuoi futuri colleghi e per renderti conto della nostra realtà aziendale.” “Ci sarò.” “Alla grande,” aggiunsi. “Bene, qui apprezziamo l’entusiasmo. È un grande evento, vedrai.” “Ne sono sicuro.” “Stupendo. Allora buone vacanze. Dove vai di bello?” “Al mare.” “Ah, al mare. E dove?” “In Sardegna.” “Figo. San Teodoro, Maddalena, Porto Cervo?” “Urzulei.” “Mmm, l’ho già sentito, ma al momento non ricordo bene dove sia.” “È nell’interno. Mia zia ha …” “Okay. E mi raccomando, fai il bravo.” “In che senso? “E quale senso? Ma con le FIGHE! Ciao, stellina. Ci si vede dopo le ferie.” Riattaccò. Mi aveva chiamato “stellina".

Questo nella foto è Rififi (tra i miei link), un uomo di gusto. Si vede dalla postura, e anche dal libro che ha in mano. Quale libro? Ma il libro. Si, è facile riconoscerlo. Sulle spiagge italiche non si legge altro (o quasi). Si rubano le copie l'un altro, i bagnanti. La notte c'è chi lascia all'asciutto la moglie, o il marito, pur di morderne le pagine fino al finale. Ne approfittano bagnini dall'occhio lungo e consolatrici prezzolate e non... Cattivo sangue è un vero bastardo che fa male alla coppia, si, ma chissenefrega? Sono cinico (vedi post precedente) e allora non c'è pietà. Nessuna pietà dev'esserci! E già che ci siamo guardate l'espressione d'intima soddisfazione che promana da questo bell'uomo di gusto della foto; sta leggendo questo libro che - è evidente, basta guardarlo - gli gusta. Come la vecchia Y10, il libro piace alla gente che piace. Capita l'antifona? O, come disse Raoul Casadei: rezepito?:-)